domenica 15 febbraio 2015

il 14 febbario 2003

R ed io vivevamo un San Valentino da Single, poco importa, San Valentino non ci interessava particolarmente....tuttavia quel giorno accadde un fatto bizzarro. Io all'epoca ero una post-doc (29enne), ed il venerdì abbandonavo il laboratorio per seguire un Master in Bioinformatica perchè pareva che il futuro della scienza andasse in quella direzione, e io provavo a seguirla, ma quel giorno all'ennesimo programma da scrivere in Java mi sono arresa, e invece di seguire tutta la giornata di Master ho fatto la mia piccola ribellione contro l'informatica e nella pausa pranzo sono scappata per tornare tra le mura di quello che consideravo, e tuttora considero, il mio mondo lavorativo: il bancone del laboratorio. Scendo da Villa Gianero con la mia Punto Verde e durante il percorso mi telefona la mia amica Giuly (all'epoca già felicemente sposata) per dirmi che la sua mamma aveva letto su La Stampa Il Buongiorno di Gramellini e lo trovava tanto adatto a me, mi fermo ad un edicola, compro La Stampa e leggo continuando a guidare....

Il Buongiorno di Gramellini del 12 febbraio 2003 suonava così:
"San Singolino
14 febbraio 2003
Dedicato ai cuori solitari per scelta. Altrui.
Quelli che sono stati appena lasciati e non ci stanno.
Quelli che ci starebbero anche, se solo trovassero qualcun altro disposto a stare con loro.
Quelli che fanno gli innamorati di riserva e da svariate festività aspettano che lui/lei lasci il titolare.
Quelli che «io dall’amore non mi aspetto più niente», ma sperano ancora di aver detto una bugia.
Quelli che non sanno che sapore ha un bacio, o non se lo ricordano più, e oggi mangeranno troppi cioccolatini.
Quelli che se lo ricordano benissimo e mangeranno troppi cioccolatini lo stesso.
Quelli che «ma come cantava Baglioni, strada facendo troverai anche tu un gancio in mezzo al cielo?»
Quelli che «ma fammi il piacere!» e alzano la testa, così, per controllare.
Quelli che la testa non la alzano più e invece gli farebbe bene.
Quelli che leggono che oggi, san Valentino martire, gli italiani spenderanno 800 milioni di euro in fiori, peluches, messaggini telefonici e cene a base di carciofi e pensano: «Dove andremo a finire?»
Quelli che vorrebbero finire proprio lì, sepolti da fiori e peluches, a scambiarsi messaggini fra i carciofi.
Quelli che «se potessi tornare indietro» o «se riuscissi ad andare avanti» e intanto intralciano il traffico.
Quelli che si sentono esclusi, sconfitti, diversi, incompresi, inadeguati: soli, eppure sono tantissimi.
Quelli che non sentono più niente e, dopo averlo rincorso invano, adesso scappano dall’amore.
Quelli che tanto l’amore prima o poi li raggiunge."

mentre leggo imbocco Corso Dogliotti, un'auto davanti a me gira di colpo e io per caso-fortuna me ne accorgo, schiaccio il piede sul pedale del freno, ruote che sibilano, macchina ferma e per fortuna macchina dinnanzi a me intonsa. Quel momento di vuoto, l'avevo scampata, che fessa che ero a leggere guidando, poi uno sguardo in giro e riparto con le gambe tremanti. In quello sguardo avevo colto un ragazzo (allora 30enne) con la sua giacca col pelo marrone e con una ragazza che camminavano lungo Corso Dogliotti, mi pareva R e forse quella ragazza poteva essere la sua fidanzata, chissà, inutile soffermarmi a pensarci, al massimo aveva visto un incidente evitato e così via di corsa verso la tangenziale direzione IRCC. Dopo pochi minuti mi arriva una chiamata sul cellulare, lo schermo urlava "sono R", con un po' di imbarazzo ho risposto. Già già, era proprio R che mi aveva visto evitare quel tamponamento in modo rocambolesco e voleva accertarsi che fossi io e prendermi un po' in giro (e ad oggi nulla mi stupisce di quest prendermi in giro!). Abbiamo parlato del più e del meno, della neve, dell'ipotesi di sciare, e del fatto che era venerdì sera, serata in cui nei mesi precedenti era capitato di uscire insieme con altri amici, ma essendo San Valentino ci conveniva restare chiusi in casa (quindi quella ragazza che avevo visto con lui forse non era la sua fidanzata, non importa, non voglio nemmeno sapere). Un saluto uno scambio di "buon pomeriggio" e via. La giornata prosegue, R mi manda un sms (non esisteva whatsapp), io gli risponodo e poi ancora e ancora e alla fine in qualche modo R mi propone di andare insieme al cinema quella sera al secondo spettacolo. Al Massaua davano 'La finestra di fronte'.


Così accade che andiamo al cinema, prima di entrare prendiamo una confezione maxi di m&m's, poi andiamo in un pub, poi il nostro primo bacio e il nostro inizio.

Ieri era un freddo e piovoso sabato, io G&C eravamo stufe di stare in casa, R era la lavoro. Abbiamo deciso di andare al cinema a vedere 'Shaun-vita da pecora', film animato che le piccole da un po' volevano vedere. Cerco il cinema più vicino a casa in cui andare a vederlo ed era proprio in piazza Massaua.

Quel cinemetto è diventato un Cityplex (ma che vuol dire?) mentre 12 anni fa brillava fuori la scritta 'Bingo', e ieri G&C han ripercorso con me i primi passi della nostra famiglia senza nemmeno saperlo. Parlare di 'famiglia' riferendoci a noi 4 mi fa ancora un po' venire i brividi perchè credo che sia la conquista più grande della nostra vita. G&C non lo sanno ma lo vivono, un giorno capiranno, io&R nel frattempo viviamo questa nostra conquista confondendola nella quotidianità, ma resta pur sempre la nostra vera conquista, iniziata 12 anni fa per caso a causa di una me che quel giorno scappava dalla 'programmazione Java' definendo finalmente che non le apparteneva e oggi sa di aver fatto bene a seguire la sua 'non inclinazione' e guidava facendo mille altre cose insieme, difetto questo che porto ancora con me.


venerdì 13 febbraio 2015

non è sempre facile fare tutto quello che si desidererebbe fare nella vita

le ore a disposizione sono solo 24 e la pigrizia a volte ha la meglio, e "il mio blog" è la prima cosa che trascuro....vorrei da ora cercare di essere più attiva con costanza e dedizione, ce la farò?

venerdì 16 gennaio 2015

la vita e la morte si tengono per mano

...da quando su un test di gravidanza compare una lineetta rosa che indica lo stato di gravidanza se ne può uscire, anzi se ne deve uscire in qualche maniera, e le vie sono solo due: il miracolo della nuova vita o la morte dell'embrione che non ce l'ha fatta e che deve comunque in qualche modo uscire dal corpo della madre.
La morte dell'embrione è accaduta ancora una volta la scorsa settimana, al secondo mese di gravidanza, resta una mammaIgi piena di amore per le sue bimbe, ma con il corpo che rimboma per il vuoto lasciato dagli ormi troppi embrioni che l'hanno abbandonato.
c'est la vie, lo so....

giovedì 27 novembre 2014

lettera ad un'amica che ha appena perso la creaturina che covava dentro di sè

Sto guidando ma volevo provare a dire a M qualcosa delle poche cose che ho imparato rispetto ad un cuoricino che batteva dentro di noi e che smette di battere.
Innanzitutto ho imparato che possiamo solo rassegnarci. Avremo forse altri figli, ma quell'esserino che custodivamo con cura è ormai tra gli angioletti. 
Tenerlo in grembo senza più vita per qualche giorno per me è stato meno tragico di quel che pensassi, è stato un distacco meno violento, spero sia altrettanto per te. Nulla si cancella, ma può smettere di fare così tanto male.
le persone razionali che mi circondano dicono "meglio sia successo adesso che poi", hanno sicuramente ragione, tuttavia la mia risposta in fondo è "già che c'eravamo poteva essere meglio non accadesse mai e basta".
Il difetto di noi mamme è che proiettiamo, vediamo una lineetta su un test di gravidanza e speriamo in un cuoricino, vediamo un cuoricino e iniziamo a sognare il nostro bambino. Ma è proprio questo nostro difetto a renderci madri, a darci quel quid in più che manca agli altri. Avevamo già iniziato a sognare il rientro a casa con il neonato, la nostra prima vacanza a 5, le tutine da tirar fuori e accarezzare, la reazione delle bimbe, le coccole, la famiglia numerosa. Difficile credere sia successo veramente a noi, A noi che con tanta naturalità e semplicità avevamo dato vita a due meraviglie, il nostro corpo ci sembrava atto ad essere il corpo di una madre, difficile accettare che questa volta non lo sia stato. eppure le cose sono andate in questa maniera, possiamo solo accettare e dobbiamo farlo nel migliore dei modi per noi stesse e per le nostre bambine. Incidentalmente poi, non è colpa del nostro corpo ma dell'assetto cromosomico del nostro piccolo, se il suo cuoricino ha smesso di battere, e nulla possiamo noi contro la forza della natura. 
Io davvero non dubito che i nostri corpi possano custodire delle nuove creature, se lo dubitassi non avrei insistito, abbiamo le prove viventi che possiamo farlo. Ci vuole pazienza, bisogna stare tranquille, pensarci ma anche distrarsi. 
Perdere un figlio che abbiamo in grembo ci insegna a guardare con occhi diversi i nostri figli, ci insegna a guradare con maggior stupore al miracolo della vita.
Per me non è ancora banale guardare un neonato, è spesso un pugno al cuore, ma supereremo anche questo. Intanto ora affronta quel che devi affrontare, non ci si può tirare indietro, poi bisogna lasciar passare un po' di tempo sia per il nostro corpo che per la nostra mente. Da lì in poi si può riniziare a respirare, e se lo si desidera, a pensare ad una nuova maternità.
Ti sono vicina vicina vicina...

dal web.... NON DITE AI MIEI FIGLI CHE ....

Ogni tanto mi coglie una nostalgia acuta di quando Lorenzo era piccolo, pochi mesi. Ci svegliavamo nella vecchia casa al quinto piano (la luce degli attici è roba di lusso anche se in affitto), lo vestivo bene e poi si partiva. Passi infiniti in mezzo all’inverno, lui dormiva al caldo vestito come Tutankhamon, io spingevo, spingevo e i pensieri non duravano più di un istante, sbuffi di condensa pronti a dissolversi nell’aria fredda. Aravo Torino, avanti e indietro: portici, vie, piazze, per chilometri, a ritmo costante perché il mio carico prezioso non si svegliasse. Mi manca quella marcia dell’amore, la ripetizione di un compito semplice, basta spingere e sei una buona madre. Poi c’è un momento in cui smetti di spingere e cominci a rincorrere, loro scappano, prendono velocità e tu dietro. Oppure a tirare. Si piantano come macigni lì dove sono e non c’è modo di mandarli avanti. E tutto si fa incerto, nessun sentiero arato, nessun percorso conosciuto, si va a zig zag. Non dite ai miei figli che mi manca spingerli, un passo dietro a loro, senza pensieri, senza incertezze, solo “guido io, tu dormi, se vuoi ti canto nel tragitto”.
Non dite ai miei figli che quando li minaccio col “conto fino a tre e vengo lì”, confido nei numeri periodici, perché non ho assolutamente idea di cosa debba accadere quando andrò lì.
Non dite ai miei figli che non gli ho mai dato le gocce di fluoro. Le compro, ma poi finisce che mi dimentico e poi mi sento in colpa e poi mi metto le sveglie sul cellulare per ricordarmi di farlo da domani e poi domani gli do le gocce di fluoro ma non gli faccio lavare i denti. Oppure gli faccio lavare i denti ma poi gli concedo un biscotto al cioccolato prima di dormire. E alla fine aspetto che su facebook qualcuno che fa controinformazione mi dica che le gocce di fluoro fanno crescere i denti sani, ma sotto le piante dei piedi.
Non dite ai miei figli che non ho un’idea precisa di quello che sto facendo con la loro educazione spirituale. Credo in Dio a giorni alterni e, infatti, ho battezzato un figlio su due. I giorni in cui Marta balla Maracaibo sono quelli in cui il mio ateismo vacilla. Resta che da piccola, a sei o sette anni, mio padre mi portava alla messa e per tutto il tempo la mia mente ripeteva delle bestemmie impronunciabili, era più forte di me, sapevo che era sbagliato e mi sentivo in colpa, ma quelle affioravano direttamente dall’inferno ed era impossibile ricacciarcele. Di notte temevo che mi apparisse la Madonna per punirmi. La storia delle bestemmie in chiesa, ecco quella non ditela ai miei figli.
Non dite ai miei figli che non ho un’idea precisa di quello che sto facendo con la loro educazione sentimentale. Ma ditegli, perché credo che lo debbano sapere, che non lo sa nessuno, ché i sentimenti “si provano” e molto spesso, purtroppo, non “si riescono”. Detto questo, non c’è dubbio alcuno, che loro mi siano riusciti (oggi è un giorno di fede) da Dio.

giovedì 20 novembre 2014

Come cambiano i punti di vista

Footloose lo avrò visto 10-20-30 volte negli anni 1988-1990. Guardavo lui, accattivante, rivoluzionario con un suo perché, guardavo lei, eccessivamente ribelle, bella e disinvolta. Mi chiedevo cosa fosse l'amore. Mi chiedevo se anche io avrei vissuto qualcosa di simile al loro "ballo di fine anno". Quando io guardavo quel film avevo 5-6 anni in meno dei protagonisti, erano dei miei eroi, dei miei esempi, anche se contestualizzati in un America "di periferia" molto distante dalla mia torino. Pendevo dalle labbra di lui che metteva a tacere l'austero padre di lei. Guardavo con disapprovazione il padre di lei, il reverendo della comunità, chiuso nel suo ruolo, cieco alle (giuste!) necessità della figlia.
Per 25 anni non ho più visto questo film.
L'ho rivisto ieri sera, ho scoperto che lo conosco ancora a memoria. Ho scoperto che mi sono data tante risposte alle domande che mi facevo 25 anni fa sull'amore, sui baci, sul sesso, sulle feste, sull'amicizia. E sono tutte risposte felici, non necessariamente uguali a quelle del film, a tratti anche migliori. Trovo ancora affascinante il protagonista. Trovo particolarmente "bimba" la ragazza. Capisco finalmente che il copione è stato scritto da un adulto. La cosa che mi stupisce è che, anche se so a memoria il copione, per la prima volta ciò che mi interessa è ciò che dice il reverendo e sua moglie. Mi colpiscono le frasi dette tra padre e figlia tipo "eravamo così uniti una volta", o "non ci capiamo più", e qui capisco che sono cresciuta, che continuo ad immedesimarmi nei personaggi dei film che vedo, ma questa volta non mi chiedo più come si faccia ad innamorarsi, ma mi chiedo come si faccia ad essere un buon genitore, a non "perdere i figli", a coniugare le proprie durezze da adulto con il bisogno di sognare dei propri figli. Mi chiedo come si faccia a mantener aperti i canali di comunicazione coni figli, come si faccia ad educare senza schiacciare, ad imporsi senza soverchiare. Mi chiedo come si faccia ad essere un buon genitore.
Questo film quando avevo 15 anni lo guardavo certamente con mio padre, e probabilmente vedevamo due film diversi, belli entrambi, ma lo so solo ora.
È bello diventare grandi.

http://www.footloosemovie.com/en_us/

lunedì 6 ottobre 2014

mi rotolo nei miei errori

...tratto dal web...

Quando sono diventata mamma, di consigli su come crescere mio figlio ne ho ricevuti a pacchi. Ma solo pochi anni fa c'è stato qualcuno che mi ha finalmente fatto notare come voler bene ai propri figli significhi in realtà desiderare ciò che è meglio per loro a lungo termine.

Quando le mie quattro figlie erano piccole, del lungo termine non mi curavo più di tanto. All'epoca era una mera questione di sopravvivenza, di risposta a bisogni quotidiani, e di galleggiamento.

Ora che le mie ragazzine stanno maturando, però, la nebbia si solleva. Non sono più una neofita dell'esser genitore, ne sono piuttosto un convertito apostolo. Il vantaggio di questo stadio è che le ragazze vogliono trascorrere del tempo in mia compagnia. Tra noi facciamo delle vere conversazioni, che mettono in risalto le loro splendide personalità. E quando tutti dormono la notte, dormo meglio anch'io. Riesco a ragionare seguendo un filo logico, e riesco a crescerle in modo più pianificato.

Negli ultimi tempi faccio più attenzione al lungo periodo. Penso al genere di adulti che spero diventeranno, e ripercorro la strada all'indietro chiedendomi: "Che cosa posso fare oggi per favorire questo esito domani?". L'attenzione al loro futuro ha mutato il mio paradigma di genitore, perché ciò che rende felice un bimbo all'età di dieci o quindici anni è piuttosto diverso da ciò che li renderà felici a 25, 30, 40 e oltre.

Qualche tempo fa sono incappata in alcuni articoli e libri interessanti che approfondiscono ciò che gli psicologi di oggi si trovano ad osservare: cioè un numero crescente di ventenni depressi senza saperne il perché. Questi giovani adulti ritengono di aver avuto un'infanzia magica. I genitori sono i loro migliori amici. Mai nella loro vita hanno esperito tragedie, o quanto meno niente di peggio di comuni delusioni. E tuttavia, per qualche ragione, si sentono infelici.

Una delle spiegazioni che viene offerta è che i genitori di oggi tendono a intervenire troppo in fretta. Siccome non vogliamo che i nostri figli falliscano, invece di lasciare che affrontino le avversità, liberiamo loro la strada, rimuovendo gli ostacoli per rendergli facile la vita.

Ma le avversità fanno parte della vita, e solo affrontandole i nostri figli potranno sviluppare quelle capacità di adattamento di cui avranno bisogno più avanti. Ragion per cui, anche se sembra di far loro un favore, in realtà non stiamo facendo altro che ritardare il loro sviluppo. Prediligiamo i benefici a breve termine al benessere del lungo periodo.

In un articolo ho letto che i presidi dei college tendono a definire le matricole "tazze da tè", per la loro fragilità di fronte a problemi della minima entità. La domanda che veniva posta era questa: "Può essere che schermando sin da piccoli i nostri ragazzi dall'infelicità stiamo finendo per privarli della felicità da adulti?".
Ecco la risposta dello psichiatra Paul Bohn, così come viene parafrasata nell'articolo.

Molti genitori faranno qualsiasi cosa per evitare che i propri figli affrontino il benché minimo disagio, ansia o delusione... "Tutto ciò che sia men che piacevole", spiega -- col risultato che quando poi da adulti si trovano ad esperire i normali momenti di frustrazione della vita, allora si ritrovano a pensare che vi sia qualcosa di terribilmente sbagliato.

Perché mi sento di condividere tutto questo? Perché sono convinta che sia importante, nell'epoca dei genitori-elicottero. Benché da un lato trovi bello che i genitori di oggi siano più coinvolti nelle vite dei propri figli rispetto alle generazioni precedenti, questo nostro coinvolgimento può spingersi troppo in là. Ciò che potremmo voler giustificare come un comportamento da "bravi genitori" può finire col far del male ai nostri figli nel futuro. Se non lo teniamo ben presente, sarà facile accollare lore l'handicap di una vita troppo facile.
Come dice il mio filosofo della genitorialità preferito: "Preparate vostro figlio alla strada, non la strada per vostro figlio".
Ciò detto, ho steso una lista dei dieci errori più comuni, compiuti più frequentemente dai genitori di oggi -- me inclusa. Non intendo puntare il dito, solo accrescere la consapevolezza. Ciò che fa parte della nostra cultura non è necessariamente nel migliore interesse dei nostri figli.
Errore Numero 10: La venerazione dei figli.
Molti di noi vivono all'interno di comunità che ruotano intorno al bambino. Cresciamo i nostri ragazzi all'interno di nuclei familiari bambino-centrici. Ai nostri figli, naturalmente, piace, perché le nostre vite ruotano intorno a loro. E nella maggioranza dei casi anche noi non dispiace, perché la loro felicità è la nostra. Ci appassiona fare le cose per loro, spendere per loro, e inondarli d'amore e di attenzioni.
Ma credo sia importante tenere a mente che i nostri figli sono fatti per essere amati, non venerati. E quando li mettiamo al centro dell'universo non facciamo altro che creare un falso idolo, snaturando qualcosa di buono. Piuttosto che mettere i ragazzi al centro delle nostre case, dovremmo sforzarci di metterci Dio. I nostri figli si sentiranno comunque amati, solo in un modo migliore, in un modo che mette l'altruismo davanti all'egoismo.
Errore Numero 9: La teoria del bambino perfetto.
Lo sento spesso dai professionisti a contatto coi bambini (assistenti, insegnanti, etc.): i genitori di oggi non vogliono sentire niente di negativo nei confronti dei loro ragazzi. Quando si sollevano dei dubbi o delle preoccupazioni, per quanto espressi con amore, la reazione istintiva è spesso quella di aggredire chi te lo fa notare.
La verità può far male, ma quando prestiamo ascolto con la mente e il cuore aperti, non possiamo che trarne beneficio. Potremo intervenire con largo anticipo, prima che una qualsiasi situazione sfugga di mano. Affrontare un bambino problematico è decisamente più facile di quanto non lo sia ricomporre un adulto caduto a pezzi.
Come ha osservato uno psichiatra di "Children's of Alabama" quando l'ho intervistata sul tema della depressione adolescenziale, giocare d'anticipo è essenziale perché può alterare la traiettoria della vita di un bambino. È per questo, dice, che trova appassionante la psichiatria infantile e adolescenziale -- perché i ragazzi sono resilienti, ed è molto più facile intervenire con successo quando sono giovani, invece che anni dopo, quando i problemi si sono protratti tanto da entrare a far parte della loro identità.
Errore Numero 8: La vita per conto dei figli.
I figli ci danno grandi soddisfazioni. E quando hanno successo, la cosa ci rende più felici che se fossimo stati noi a ottenerlo.
Ma quando siamo troppo coinvolti nelle loro vite, diventa difficile capire dove iniziamo noi e dove loro finiscono. E quando i figli diventano un nostro prolungamento, possiamo finire col vederli come la nostra seconda chance. D'un tratto, allora, tutto gira intorno a loro, più che intorno a noi. Ed ecco che la loro felicità inizia a confondersi con la nostra.
Errore Numero 7: L'aspirazione del migliore amico.
Una volta ho chiesto a un prete d'individuare l'errore più grave che vede nei genitori. Ci ha pensato su un attimo e mi ha risposto: "I genitori che non fanno i genitori. Quelli che non vogliono sporcarsi le mani".
Come tutti, desidero che le mie figlie mi vogliano bene. Voglio che mi lodino e che mi apprezzino. Ma se faccio bene il mio lavoro, ci saranno volte in cui si arrabbieranno, e in cui non piacerò loro affatto. Alzeranno gli occhi al cielo, sbufferanno e si lamenteranno, e diranno che avrebbero preferito nascere in un'altra famiglia.
Cercare di essere il migliore amico di tuo figlio può solo finire per renderti più permissivo, spingendoti verso scelte dettate dalla disperazione, cioè dal timore di perderne l'approvazione. Quello non è amore; è un nostro bisogno.
Errore Numero 6: La competizione fra genitori.
Ogni genitore ha un lato competitivo. Per destare questo mostro basta che un altro genitore dia al proprio figlio un vantaggio a scapito del nostro.
Alle medie e al liceo di storie come questa ne sento parecchie, aneddoti d'amicizie infrante e tradimenti, dove una famiglia raggira l'altra. La mia impressione è che alla radice di tutto ci sia la paura. Temiamo che i nostri figli rimangano indietro. Abbiamo paura che, a meno che non ci si getti a capofitto nella pazzia, e non si faccia di tutto per aiutarli ad eccellere fin dall'inizio, resteranno mediocri per il resto delle loro vite.
Credo che i bambini abbiamo bisogno di lavorare duramente, e di capire che i tuoi sogni non vengono serviti su un piatto d'argento; che per ottenerli devi sudare e lottare. Ma quando trasmettiamo un messaggio del genere "vinci a ogni costo", autorizzandoli a calpestare gli altri per passare avanti, perdiamo di vista la questione della personalità. Che potrà non sembrare importante nel corso dell'adolescenza, ma che negli adulti è tutto.
Errore Numero 5: Perdersi il bello dell'infanzia.
L'altro giorno ho trovato l'adesivo di una merendina alla fragola sul lavandino della cucina, che mi ha ricordato quando fortunata sia a condividere la casa con le piccole.
Un giorno non ci saranno più adesivi nel mio lavandino. Non ci saranno Barbie nella vasca da bagno, bambolotti sul letto o Mary Poppins nel lettore Dvd. Sulle finestre non ci saranno impronte appiccicose, e la mia casa sarà silenziosa, perché le mie figlie se ne staranno fuori in compagnia delle amiche, invece che nel nido con me.
Crescere dei bambini piccoli può essere un lavoro duro e monotono. A volte ti sfinisce tanto -- fisicamente ed emotivamente -- che ti piacerebbe fossero già cresciute, per renderti la vita più facile. Poi c'è quella curiosità di sapere come saranno quando saranno cresciuti. Quali passioni avranno? Diventerà chiaro quali siano le loro doti date da Dio? Da genitori ce lo auguriamo, perché capire su quali punti di forza insistere ci permette di orientarli nella giusta direzione.
Ma proiettandoci nel futuro, chiedendoci se quel talento per l'arte renderà tuo figlio un Picasso, o se la sua voce melodica la renderà una Taylor Swift, potremmo dimenticarci di godere dello splendore che abbiamo davanti a noi: i bebè nelle tutine footie, le favole della buonanotte, il solletico sul pancino e quelle risatine di gioia. Potremmo dimenticare di lasciare che i nostri figli siano piccoli, e di goderci quell'unica infanzia che viene loro offerta.
Le pressioni sui ragazzi iniziano fin troppo presto. Se davvero vogliamo che abbiano un vantaggio competitivo, dovremo proteggerli da queste pressioni. Dovremo lasciare che si divertano, e che crescano al loro ritmo, così che possano 1) esplorare i propri interessi senza timore di fallire e 2) così che non si brucino.
L'infanzia è il momento del gioco libero e della scoperta. Quando mettiamo fretta ai bambini, li derubiamo di un'età dell'innocenza alla quale non torneranno mai più.
Errore Numero 4: I figli che vuoi contro i figli che hai.
Da genitori abbiamo dei sogni per i nostri figli. Iniziano già quando siamo incinte, prima ancora di conoscere il genere del nascituro. Dentro di noi coltiviamo la segreta speranza che siano uguali a noi, solo più intelligenti e più dotati. Vogliamo essere i loro mentori, mettendo a frutto le nostre esperienze.
Ma l'ironia dell'esser genitori è che i nostri figli ribaltano tutti gli stampi. Ci arrivano sempre con inclinazioni impreviste. E il nostro mestiere è quello di capirne il verso giusto e prepararli in quella direzione. Imporre loro i nostri sogni non funzionerà. Solo quando li vedremo per ciò che sono potremo avere un impatto potente sulle loro vite.
Errore Numero 3: Dimenticare che i nostri fatti contano più delle nostre parole.
A volte quando le mie ragazze mi fanno una domanda, poi aggiungono: "Cerca di esser breve". Il fatto è che mi conoscono bene, perché cerco sempre di infilarci una lezione di vita. Cerco di trasmettere saggezza, dimenticando come l'esempio conti più delle parole.
Il modo in cui affronto il rifiuto e l'avversità... in cui tratto amici ed estranei... che io mi lamenti o esalti il padre... queste cose le notano. E il modo in cui mi comporto dà loro il permesso di fare lo stesso.
Se voglio che i miei figli siano meravigliosi, dovrò puntare ad esserlo anch'io. Dovrò essere la persona che spero diventeranno.
Errore Numero 2: Il giudizio sui genitori degli altri e sui loro figli.
Per quanto possiamo non condividere il modo degli altri di esser genitore, non sta a noi giudicare. Nessuno al mondo è "del tutto buono" o "del tutto cattivo"; siamo tutti un miscuglio di entrambi, una comunità di peccatori in lotta ciascuno coi propri demoni.
Personalmente più è duro il periodo che attraverso, più sono tollerante nei confronti degli altri genitori. Quando mia figlia mi mette duramente alla prova, sarò più indulgente nei confronti di genitori che si trovano nella stessa barca. Quando la vita mi travolge, perdono gli errori degli altri, e lascio perdere.
Non puoi mai sapere che cosa stia passando l'altro, o quando sarai tu ad aver bisogno d'indulgenza. E anche se non possiamo controllare i giudizi che esprimiamo dentro di noi, possiamo contenerli cercando di comprendere la persona, invece di saltare a conclusioni.
Errore Numero 1: Sottovalutare la PERSONALITA'.
Se c'è una cosa che spero di non sbagliare con le mie piccole è il loro NOCCIOLO. La personalità, la fibra morale, la bussola interiore... sono queste le cose che pongono le basi di un futuro sano e felice. Importano più di qualsiasi voto o premio.
Nessuno è in grado di imporre una personalità ai proprio figli, e a 10 o 15 anni non importa più di tanto. I bambini cercano gratificazioni a breve termine, sta a noi come genitori vedere più lontano. Sappiamo che ciò che avrà importanza a 25, 30 e 40 anni non sarà quanto in là riusciranno a tirare il pallone, o se saranno cheerleader, ma il modo in cui tratteranno gli altri, e ciò che penseranno di loro stessi. Se vogliamo che la loro personalità si formi, la loro fiducia in se stessi, la loro forza e resilienza, allora dobbiamo lasciare che affrontino le avversità e assaggino l'orgoglio di chi, superandole, ne esce più forte di prima.
È duro veder fallire i propri figli, ma a volte dobbiamo farlo. A volte dobbiamo chiederci se intervenire sia nel loro interesse. Ci sono un milione di modi per amare un figlio, ma pur cercando di renderli felici, cerchiamo di restare coscienti del fatto che a volte il dolore a breve-termine è un guadagno a lungo-termine.
(Traduzione di Stefano Pitrelli)